Alda Merini, una delle voci poetiche più interessanti del ‘900. 

“Non ho mai smesso di fumare né di sperare”. “Ho speso i primi soldi della legge Bacchelli in gigolò”. L’onnipresente sigaretta sulle labbra, voce arrochita dal fumo, le perle al collo, sguardo profondo e dolcissimo, orecchini vistosi, labbra marcate da rossetto pesante. Facile alla battuta ironica. “Il dolore è anche non vedere mai gli introiti delle mie opere”. “Il successo è come l’acqua di Lourdes, un miracolo”.
Amava e odiava la sua Milano, non si allontanava dalla casa di Porta Ticinese se non per andare a messa nella chiesa di S. Rita. Si dichiarava abbastanza credente, nonostante le sofferenze e le difficoltà. Non abbiamo gli strumenti, affermava per capire la volontà di Dio. Morì all’Ospedale San Paolo di Milano. All’età di settantotto anni. È stata sepolta nel Famedio del cimitero monumentale, tra gli italiani più onorati della storia. Tra i grandi milanesi del passato: Alessandro Manzoni, Carlo Cattaneo, Giuseppe Verdi… e del presente: Mike Bongiorno, Teresa Strada, Fernanda Pivano, l’editore Mondadori, Giorgio Gaber…  375 i cittadini benemeriti ricordati sulle lapidi. Un museo a cielo aperto arricchito dal nome della poetessa del dolore e dell’amore.
Una personalità originale. Provocante. Bizzarra. Mai servile.
Era nata il primo giorno di primavera come dichiarò nei famosi versi:
“Sono nata il ventuno a primavera ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle potesse scatenar tempesta”. La sua vita fu dominata dalla follia.
Internata all’ospedale psichiatrico seppe trarre da questa drammatica avventura un’esperienza poetica lacerante, forte, potente: la Terra Santa del 1984.
Esordì giovanissima. Scrisse le prime poesie a quindici anni, pubblicate con il titolo La presenza di Orfeo (1953). L’incontro con Silvana Rovelli, cugina di Ada Negri fu l’inizio di un’attenzione crescente da parte di molti critici ed editori. Questa prima raccolta ebbe grande successo ma il suo capolavoro è considerato la Terra Santa con cui vinse nel 1993 il Premio Librex-Guggenheim “Eugenio Montale”.
In bilico tra poesia e follia Alda spesso cadeva in depressione per poi tornare a parlare all’animo umano, a convivere con il dolore e la sofferenza, a rassegnarsi al suo destino di poeta: “Il cielo della poesia non si arresta anche se la persona fisica rimane assente, dimenticata in altri luoghi”. I fantasmi della mente erano i mostri cattivi che la torturavano, la uccidevano poi la forza distrutta risorgeva miracolosamente per offrirle un’arma poderosa e consolatoria: la penna. Fin dal suo primo approccio con la poesia conobbe e frequentò personaggi di spicco: Quasimodo (cui dedicò tre testi), Montale, Manganelli la sostennero credendo nel suo talento. Nata in una famiglia poco abbiente, frequentava la scuola professionale che voleva lasciare per iscriversi al liceo Manzoni, ma fu respinta in italiano. Spagnoletti le pubblicò alcune poesie nell’Antologia della poesia italiana 1909-1949 e su Poetesse del Novecento. Già in questi primi testi sono presenti gli elementi tipici di tutta la sua produzione, l’erotico e il mistico. Nel 1953 sposò Ettore Carniti proprietario di alcune panetterie milanesi, da cui ebbe nel 1955 la prima figlia Emanuela. Nel 1965 iniziò l’oscuro periodo di depressione. Finirà internata al manicomio Paolo Pini per sette anni intervallati da alcuni ritorni a casa durante i quali vennero concepite altre tre figlie tra cui l’amata Barbara che le ispirerà alcune liriche. I medici le avevano consigliato come terapia di scrivere su un foglio tutto ciò che si ripresentava alla sua mente e così nascono anche toccanti pagine di prosa: L’altra verità, Diario di una diversa, le prime pagine di Delirio amoroso.
L’indocile materia poetica si risveglia attraverso “deliri, nenie, canzoni, apparizioni”. Caleidoscopiche figure entrate in collisione con il suo vagabondaggio mentale. Una poesia carica di candore, di coraggio quando affronta il problema del bene e del male, strappandolo alle convenzioni metafisiche. Alla morte di Ettore Carniti Alda Merini restò sola, poi la presenza accanto a sé del poeta Michele Pierri venne a sollevarla dalle angosce e alla fine lo sposerà nel 1983. Si trasferì a Taranto città natale del marito dove produsse 20 poesie e dei testi indirizzati a lui. Ogni tanto tornava a Milano e nel 1986 dopo aver vissuto di nuovo l’esperienza dell’ospedale psichiatrico si affidò alle cure della dottoressa milanese Marcella Rizzo cui dedicherà alcune liriche. Scriveva di getto spesso a scopo liberatorio con grafia convulsa. “Piccola ape furibonda” si definiva, aperta al mondo più semplice come quello amato da San Francesco. I frati di Assisi alla notizia della sua morte hanno innalzato una preghiera per una donna scontrosa eppure così piena di umanità.

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