Nel 2025 sono stati 109 mila gli italiani che hanno trasferito la propria residenza all’estero. Il dato segna un calo rispetto all’anno precedente, ma la perdita di giovani qualificati continua a rappresentare una delle grandi questioni economiche e sociali del Paese.
ROMA – Meno italiani lasciano il Paese, ma la fuga dei talenti continua a presentare un conto pesante all’Italia. Nel 2025 gli espatri sono stati 109 mila, il 22,7% in meno rispetto al 2024, secondo gli ultimi dati diffusi dall’Istat.
Un segnale che indica un rallentamento dei trasferimenti all’estero, anche se lo stesso Istituto di statistica invita a leggere il confronto con prudenza: il 2024 aveva registrato un numero eccezionalmente elevato di iscrizioni all’AIRE, anche per effetto dell’introduzione di norme più stringenti.
Il problema, dunque, non può essere considerato risolto. Soprattutto quando si guarda alla partenza dei cittadini con livelli di istruzione e qualificazione più elevati.
La fuga dei talenti vale fino a 11 miliardi l’anno
A riportare l’attenzione sul costo economico del fenomeno è una ricerca presentata a Cernobbio da TEHA Group con Philip Morris Italia.
Secondo lo studio, nel 2024 circa 141 mila cittadini italiani hanno trasferito la propria residenza all’estero e il 45% aveva una laurea.
Negli ultimi dieci anni l’Italia avrebbe perso oltre 300 mila cittadini qualificati.
Una perdita che non riguarda soltanto il numero di persone che lasciano il Paese. La formazione pubblica associata alle competenze che si trasferiscono all’estero viene stimata in circa 7,2 miliardi di euro ogni anno.
Considerando anche il valore aggiunto potenziale che queste professionalità avrebbero potuto generare in Italia, il costo complessivo viene stimato tra 10,7 e 11,4 miliardi di euro l’anno.
Perché gli italiani scelgono di andare all’estero
Retribuzioni e prospettive professionali restano al centro della questione.
Tra le cause indicate dalle imprese coinvolte nella ricerca figurano soprattutto gli stipendi considerati insufficienti rispetto al costo della vita, indicati dall’82,1% del campione.
Seguono la sfiducia nelle istituzioni, segnalata dal 46,4%, e le limitate opportunità professionali, indicate dal 35,7%.
Il fenomeno ha conseguenze anche sulle aziende: il 93,9% considera la fuga dei talenti un problema o un problema molto serio e circa un’impresa su due ritiene che abbia già un impatto rilevante sulla propria attività.
Calderone: «Un’inversione di rotta»
La ministra del Lavoro Marina Calderone ha sottolineato il cambiamento registrato nel 2025, parlando di un’inversione di tendenza.
Secondo Calderone, il rallentamento delle partenze deve essere letto insieme all’andamento dell’occupazione italiana, arrivata a 24,3 milioni di occupati.
La ministra ha evidenziato inoltre l’aumento dell’occupazione stabile: a luglio oltre 16 milioni di lavoratori avevano un contratto a tempo indeterminato.
Il dato sugli espatri, tuttavia, racconta soltanto una parte della situazione.
Oltre 6,6 milioni di italiani vivono all’estero
Secondo i dati provvisori Istat, alla fine del 2025 gli italiani abitualmente residenti all’estero erano 6 milioni e 604 mila, circa 183 mila in più rispetto all’inizio dell’anno.
La crescita è stata del 2,8%, più contenuta rispetto al +4,6% registrato nel 2024.
La grande maggioranza di chi lascia l’Italia rimane in Europa. Nel 2025 il 75,5% degli espatri ha avuto come destinazione un Paese europeo.
Spagna e Germania sono state le principali mete, entrambe con circa 13 mila trasferimenti, seguite da Svizzera con 12 mila, Regno Unito con 11 mila e Francia con 9 mila.
Il nodo dei giovani qualificati
È proprio la perdita di capitale umano a rendere il fenomeno particolarmente delicato.
Quando un giovane formato in Italia decide di costruire altrove la propria carriera, il Paese non perde soltanto un residente: perde competenze, investimenti nella formazione, capacità produttiva e potenziale innovazione.
E la questione potrebbe diventare ancora più pesante nei prossimi anni.
Secondo le simulazioni contenute nella ricerca presentata a Cernobbio, senza interventi strutturali l’Italia potrebbe arrivare al 2035 con una perdita cumulata di circa 760 mila laureati.
Per invertire la tendenza vengono indicate diverse possibili direttrici: salari più competitivi, maggiore stabilità lavorativa, un rapporto più stretto tra università, ricerca e imprese, misure capaci di attrarre professionalità internazionali e condizioni più favorevoli per startup e imprese innovative.
Il calo degli espatri registrato nel 2025 rappresenta quindi un segnale da osservare. Ma la vera sfida sarà capire se si tratta dell’inizio di un cambiamento strutturale oppure soltanto di una frenata dopo il picco dell’anno precedente.

