L’INFANZIA IN VENDITA: DA SHARENTING A SFRUTTAMENTO ONLINE


L’osservazione professionale di dinamiche come la sessualizzazione di bambine sui social media o, in casi più gravi, l’esposizione provocante di minori da parte dei propri genitori, riflette una problematica complessa e multifattoriale. È fondamentale definire i concetti chiave qui trattati. Il termine sharenting si riferisce alla pratica, spesso non commerciale, dei genitori di condividere in modo continuativo e dettagliato foto, video e informazioni sulla vita dei propri figli sui social media. Questa pratica, pur partendo da motivazioni apparentemente innocue, solleva questioni complesse relative alla privacy e al consenso del minore, che raramente viene richiesto o compreso. Il fenomeno del kidfluencing, rappresenta invece la transizione di questa esposizione verso un modello apertamente commerciale, dove i minori diventano protagonisti di contenuti a scopo di lucro per promuovere prodotti o servizi, con la gestione dell’account affidata ai genitori. Infine, la forma più grave e patologica di questi fenomeni è lo sfruttamento sessuale familiare online, in cui i membri della famiglia, in particolare i genitori, utilizzano il minore per la produzione e la diffusione di materiale a sfondo sessuale, spesso per ottenere un guadagno economico.
La letteratura scientifica identifica diverse motivazioni alla base dello sharenting. I genitori spesso ricorrono a questa pratica per condividere la gioia e le emozioni legate alla crescita dei figli. La condivisione di esperienze genitoriali può creare un senso di comunità e offrire un importante supporto tra pari. Inoltre, per alcuni, i post diventano una forma di archivio digitale per la costruzione di ricordi familiari. Queste motivazioni, sebbene non intrinsecamente malintenzionate, possono però celare fragilità psicologiche che aprono la strada a derive problematiche. Diversi studi, infatti, suggeriscono che la pratica dello sharenting può facilmente trasformarsi in una dinamica patologica. L’eccessiva condivisione è stata correlata a vulnerabilità psicologiche dei genitori, tra cui una storia di traumi, tendenze alla ricerca di attenzione, bassa autostima o sentimenti di isolamento e depressione. Questi fattori di rischio agiscono in un circolo vizioso: la validazione esterna ottenuta attraverso “like”, commenti e nuovi follower fornisce una gratificazione immediata e potente. Questo rinforzo positivo può alimentare una dipendenza dalla narrazione digitale del figlio per convalidare la propria identità e il proprio valore come genitore. In tal modo, l’attenzione non è più focalizzata sul benessere del bambino, ma sulla conferma della propria immagine online. Il kidfluencing rappresenta il passo successivo e commercialmente orientato dello sharenting. Spesso l’attività ha inizio in modo non intenzionale, quando una foto o un video del bambino ottiene una popolarità inattesa, diventando “virale”. Questa notorietà iniziale viene rapidamente riconosciuta dalle aziende e dai brand, che sfruttano la credibilità e l’autenticità percepita dei minori per la promozione dei loro prodotti. Il potenziale di guadagno finanziario è notevole, con marchi che arrivano a pagare migliaia di dollari per un singolo post sponsorizzato. Ad esempio, è stato riportato che un bambino influencer, Ryan Kaji, ha guadagnato circa 29,5 milioni di dollari in un solo anno, senza contare i ricavi dal merchandising. Tuttavia, il fenomeno del kidfluencing solleva gravi questioni etiche e legali, poiché il confine tra gioco e lavoro si estingue progressivamente. L’assenza di tutele normative specifiche per i minori che creano contenuti online è una problematica ampiamente documentata. A differenza degli attori bambini, questi “lavoratori digitali” sono spesso privi di protezione, esponendoli a rischi di burnout, coercizione e abuso finanziario. La produzione di contenuti si trasforma da attività ludica in una routine strutturata, con orari di ripresa e obblighi contrattuali che replicano il mondo del lavoro. Ciò solleva una questione fondamentale: chi detiene il controllo sui guadagni e sulle ore di “lavoro” del minore?
Le dinamiche descritte possono evolversi in sfruttamento familiare a fini sessuali, come nel caso di madri che pubblicano contenuti sessualizzati delle o insieme alle proprie figlie, spesso bambine. Un’indagine del New York Times ha rivelato l’esistenza di un “mercato delle baby-influencer” gestito dalle madri, dove i video che ritraggono ragazze in abiti succinti, come costumi da bagno o abiti da danza, attirano l’attenzione di uomini con attrazione sessuale per i minori. La ricerca sul cosiddetto “Mother-Daughter Sexual Abuse” (MDSA) mostra che i comportamenti abusivi da parte delle madri possono includere toccamenti non consensuali, esposizione a contenuti pornografici e la preparazione delle figlie per abusi da parte di uomini. Questa forma di abuso è spesso stigmatizzata e fraintesa, e la ricerca suggerisce che il ruolo delle madri come autrici di reato è sottostimato. L’esposizione dei minori a contenuti sessualizzati e la loro diretta implicazione in attività di sfruttamento online lasciano cicatrici profonde e durature, con impatti documentati sulla salute psicologica, fisica e sulle relazioni future. La rappresentazione che il bambino ha di sé stesso si trova a dover competere con o conformarsi a una rappresentazione pubblica e spesso distorta. Un aspetto cruciale, supportato dalla ricerca qualitativa, è il concetto di “sessualizzazione imposta”. Le bambine, in particolare, tendono a rifiutare le immagini sessualizzate di loro pari o di modelle, perché percepiscono che lo stile non corrisponde alla realtà e non è una loro scelta. Associando queste pose e gesti a tratti di personalità negativi come “triste, sola, ribelle”, dimostrano una profonda incoerenza interna tra l’identità che viene loro imposta e la loro percezione autentica. L’esposizione pubblica costante, spesso senza un consenso consapevole, priva il minore del controllo sulla propria narrativa e identità digitale. Questa impronta, una volta creata, diventa permanente e può essere manipolata da chiunque, lasciando il bambino impotente di fronte alle imprevedibili conseguenze future.
Oltre alle conseguenze specifiche dell’abuso sessuale, la semplice esposizione a “danni online” è stata associata a una minore autostima e a sintomi depressivi nei bambini. Più in generale, l’uso eccessivo dei social media può portare a disturbi del sonno, isolamento sociale e depressione, in parte a causa del confronto sociale e della sostituzione di attività fisiche e relazionali sane con il tempo passato davanti allo schermo. Alcuni studi ipotizzano persino l’insorgenza di sintomi che mimano quelli dell’autismo e un “declino cognitivo” noto come “brain rot” dovuto al consumo prolungato di contenuti digitali.
L’esposizione precoce e continuativa a contenuti sessualmente espliciti o sessualizzati ha un impatto significativo sulla maturità emotiva e cognitiva dei giovani. La ricerca dimostra che l’esposizione può portare a comportamenti a rischio, distorcere le aspettative sulla sessualità e sulle relazioni e promuovere una visione oggettivante degli altri. La discrepanza tra le rappresentazioni irrealistiche presenti nei contenuti online e la realtà può generare “incertezza sessuale” e insoddisfazione. Dal punto di vista neurobiologico, la dipendenza da pornografia online è classificata come una “dipendenza comportamentale”. L’esposizione illimitata a stimoli sessuali sempre nuovi e diversi attiva in modo anomalo il circuito della dopamina. Questo meccanismo, noto come “effetto Coolidge”, porta a una desensibilizzazione progressiva. In altre parole, l’individuo ha bisogno di stimoli sempre più intensi e nuovi per ottenere lo stesso livello di eccitazione. Questo fenomeno può rendere gli stimoli sessuali della vita reale, come il sesso con il proprio partner, apparentemente “monotoni” in confronto, portando a una riduzione dell’attrattiva e a problemi di funzionamento sessuale, tra cui l’impotenza. In questo modo, il consumo di contenuti online non è solo una fonte di informazione distorta, ma agisce come un catalizzatore che altera la neurobiologia della ricompensa e le aspettative dei giovani consumatori.
La digitalizzazione e lo sviluppo di nuove tecnologie hanno amplificato esponenzialmente il fenomeno. L’emergere dell’AI-CSAM (materiale di abuso sessuale su minori generato dall’intelligenza artificiale) è la nuova, allarmante frontiera di questa problematica. I recenti rapporti dell’Internet Watch Foundation (IWF) indicano una rapida escalation di questo fenomeno, con immagini e video deepfake che sono ormai visivamente indistinguibili dal materiale reale, anche per analisti esperti. La peculiarità e il pericolo insidioso del materiale generato dall’IA risiedono nella sua capacità di essere prodotto “offline e su larga scala”, senza alcuna possibilità di essere rilevato dalle autorità. Ciò crea un nuovo e vasto corpus di abusi che rischia di sovraccaricare le forze dell’ordine e le organizzazioni che lottano contro lo sfruttamento reale, deviando risorse preziose. Inoltre, l’AI rende possibile la re-vittimizzazione di bambini già noti o la “vittimizzazione” di bambini famosi, utilizzando le loro immagini pubbliche come base per la creazione di deepfake.

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