La carriera del dott. Endrizzi è iniziata 25 anni fa, dopo la specializzazione a Pavia. È titolare, medico e Responsabile Sanitario presso l’Europa Center di Bolzano. Ha avuto esperienze significative come medico sportivo per l’FC Sudtirol per 13 stagioni e per il Basket Club Bolzano (A2 femminile) per 10 anni Ha maturato una vasta esperienza nell’ambito della traumatologia e della riabilitazione, e ha collaborato per 15 anni con la nazionale di tuffi. Ha seguito anche atleti di spicco dello sci alpino, come Dominik Paris e Denise Karbon, e del nuoto, come Laura Letrari. La sua scelta professionale è nata dall’unione tra la passione per lo sport e quella per la scienza applicata all’uomo.
Notizie recenti, come la tragica scomparsa di alcuni runner in Italia, hanno riportato con forza l’attenzione sulla salute cardiaca e sulla necessità di controlli rigorosi. Senza entrare nel merito di casi specifici, che sono ancora in fase di accertamento, questo evidenzia quanto la valutazione medica preventiva sia un pilastro fondamentale, non è così? “L’Italia è l’unico Paese al mondo che prevede per legge l’obbligo di fare un certificato medico-sportivo per svolgere attività agonistica e questo è da sempre oggetto di discussione, sia interna al Paese, che con i Paesi più avanzati dal punto di vista economico e scientifico. Il mondo anglosassone finora ha considerato il modello italiano eccessivo nel rapporto tra spesa richiesta e reale numero di vite salvate. Episodi di cronaca come questo evidenziano però la necessità di mantenere alto il livello di attenzione sia sugli esami strumentali da eseguire, sia sulla ricerca, perché la prevenzione aiuta a salvare vite, al netto dei limiti che la scienza a volte può avere e dell’investimento di risorse necessario.” Qual è esattamente lo scopo del certificato di idoneità sportiva agonistica in Italia e qual è l’attuale normativa che ne regola il rilascio, in particolare per discipline ad alto impegno cardiovascolare come la corsa? Potrebbe descriverci in dettaglio la procedura di rilascio di questo certificato? Quali esami clinici e strumentali sono obbligatori per un runner e cosa cercano di individuare? “Il certificato di idoneità all’attività agonistica deve essere richiesto dalla società sportiva o dal singolo atleta per verificarne le condizioni di salute secondo un protocollo che determina i relativi parametri da considerare e in cui rientrare. Le indagini, per gli sport ad alto impegno cardirespiratorio, riguardano principalmente il cuore (attraverso una visita con auscultazione, misurazione della pressione arteriosa, elettrocardiogramma a riposo e sotto sforzo); l’attività polmonare (con una spirometria); un’analisi delle urine e il controllo della vista. Lo scopo della visita è tutelare la salute degli atleti facendo emergere patologie che lo sport svolto ad alta intensità può peggiorare più rapidamente e che potrebbero portare a conseguenze gravi, fino alla morte. Il medico dello sport ha quindi la responsabilità di determinare la prosecuzione o l’interruzione dell’attività di tipo agonistico avvalendosi eventualmente anche di esami di secondo o terzo livello come ecocardiogramma, TAC coronarica o risonanza magnetica del cuore. La responsabilità ricade sul Presidente della società sportiva nel caso in cui un suo tesserato risulti senza certificato medico.” Quanto è importante l’anamnesi, ovvero la storia medica personale e familiare dell’atleta, in questo processo? Ci sono domande o dettagli relativi a parenti stretti che possono far scattare un campanello d’allarme e richiedere esami di secondo livello? “In relazione alla storia clinica personale e familiare esiste un modulo anamnesi che deve essere compilato dall’atleta e controfirmato in cui si richiede di descrivere lo stile di vita legato al consumo di alcol, farmaci e sigarette e, organo per organo, l’eventuale lista di patologie verificatesi durante la vita per poter inquadrare la condizione generale e i livelli di rischio connesso. La storia familiare si concentra soprattutto sugli eventi gravi a possibile base genetica di tipo cardiaco. Questa, associata ad altri dettagli che possono emergere durante la visita, possono aiutare il medico a valutare i rischi e l’eventuale opportunità di avvalersi di esami più approfonditi.” Quali sono le principali patologie cardiovascolari o di altro tipo che, una volta accertate, portano inequivocabilmente al mancato rilascio del certificato di idoneità agonistica? “Prima di tutto è giusto sottolineare come è effettivamente il cuore l’indiziato principale per le certificazioni di non idoneità, e questo capita circa nel 90% dei casi: le patologie cardiache correlate sono molte e farne una sintesi non è semplice, ma possiamo sottolineare come l’elettrocardiogramma e l’auscultazione aiuti il medico a rilevare anomalie che lasciano intuire alterazioni che possono riguardare l’attività elettrica o la struttura anatomica. Nei giovani prima dei 30 anni si ricercano le patologie congenite che colpiscono la componente strutturale come la cardiomiopatia ipertrofica, quella dilatativa, l’aritmogena del ventricolo destro, sia legate alla conduzione elettrica e che portano ad aritmie pericolose come la sindrome di Brugada, di WPW, del Qt lungo. Tutte queste possono, attraverso il coinvolgimento intenso e ripetuto del cuore, portare ad arresto cardiaco. Ci sono poi le infezioni cardiache come miocarditi o pericarditi che obbligano ad un periodo di sospensione dai 3 ai 6 mesi prima della verifica di una completa guarigione. Negli atleti più maturi diventa progressivamente più importante verificare l’evoluzione di patologie legate alla degenerazione dei tessuti e che possono portare a coronaropatie di tipo ischemico (quindi ad infarto o a danni valvolari), come a fenomeni dilatativi o ipertrofici delle camere cardiache o dei grandi vasi.” In cosa consistono gli sforzi fisici tipici delle discipline sulle lunghe distanze e come impattano sul corpo? Nello specifico esiste un fattore di rischio legato all’intensità o al volume dell’allenamento che, pur non essendo una patologia, rende gli screening più frequenti o approfonditi, specialmente con l’avanzare dell’età? “La passione, progressivamente aumentata negli anni, verso le discipline di endurance come corsa, ciclismo, trail running, triathlon e via discorrendo, ha fatto crescere la platea di atleti, anche di età avanzata, che sottopongono l’apparato cardiovascolare ad elevata sollecitazione, frequentemente e per tempi prolungati e, se in parte questo aumenta le qualità di rendimento energetico e muscolare, dall’altra comporta rimodellamenti anatomici che possono deviare verso forme patologiche. Il cuore è un muscolo e questo lo porta ad ingrandire la massa delle sue strutture in modalità nella maggior parte dei casi non rischiosa, ma i protocolli medico-sportivi individuano dei limiti oltre i quali si accende un campanello d’allarme. Questo vale anche per i volumi che possono variare con dilatazioni anomale e l’integrità delle valvole cardiache e relativi gradi di insufficienza. A questo si abbina anche il rischio di sottoporre ad elevata pressione le pareti dei grandi vasi ed in particolare dell’arco aortico con il rischio, soprattutto per gli ipertesi, di sviluppare aneurismi che possono portare a rotture con emorragie letali.” Quali sono gli adattamenti fisiologici (cardiaci, muscolari, respiratori) che il corpo di un runner subisce con l’allenamento costante e che distinguono, ad esempio, il “cuore d’atleta” da un cuore patologico? “Il cuore d’atleta di distingue dal cuore patologico perché evidenzia un uniforme rimodellamento da allenamento con ipertrofia armonica senza alterazioni sul fronte funzionale né stimolando derive aritmiche pericolose. L’atleta sano migliora il rendimento energetico della macchina muscolo-scheletrica partendo dalla capacità di contrazione ventricolare, quindi di immissione del sangue nel torrente circolatorio, riduzione della frequenza cardiaca da migliore efficienza generale a partire dall’ossigenazione del sangue, del trasporto d’ossigeno alle cellule e dell’utilizzo dello stesso a livello di fibre muscolari.” In conclusione, Dottor Endrizzi, quale messaggio vorrebbe lasciare al pubblico sull’importanza della prevenzione e sul ruolo del medico sportivo, inteso non solo come “certificatore”, ma come vero e proprio consulente per la salute a lungo termine dell’atleta “Nell’ultimo periodo verifico l’aumento confortante di persone che richiedono una visita medico sportiva che simuli quella per l’idoneità agonistica anche solo per uso personale: questo è il segno che aumenta la consapevolezza del valore predittivo della stessa per anticipare problemi anche letali in chi fa sport a livello amatoriale. Allo stesso momento c’è ancora chi considera la visita un puro atto burocratico o addirittura una minaccia alle proprie passioni: non è infrequente sentire persone affermare ‘piuttosto muoio, ma non voglio smettere di correre’. Non è possibile impedire al 100% il verificarsi di eventi avversi, ma sicuramente quel 2% circa di atleti che vengono fermati ogni anno sono potenziali morti evitate di cui non possiamo non tenere conto. La frenesia della vita a volte ci allontana dalle priorità vere e tra queste c’è la prevenzione a tutti i livelli e per gli sportivi la visita medico sportiva è la principale.”
RUNNER DECEDUTI: “IL CERTIFICATO MEDICO SPORTIVO? È LA PREVENZIONE PRINCIPALE”. INTERVISTA AL DOTT. ENDRIZZI

