Nel cuore di un’epoca segnata da transizioni epocali, l’Unione Europea si trova a un bivio cruciale: accettare la proposta americana di alleggerire i dazi in cambio di forniture imponenti di gas naturale liquefatto, oppure difendere con coerenza la traiettoria verde intrapresa con il Green Deal. La proposta, che arriva dagli ambienti vicini a Donald Trump, ha un valore strategico e simbolico, e rischia di minare le fondamenta dell’impegno europeo verso la neutralità climatica.
Secondo un’analisi del think tank italiano “Ecco”, il presunto squilibrio commerciale con gli Stati Uniti non è strutturale: nel 2023 l’avanzo europeo era appena del 3%. Tuttavia, oltre la metà delle esportazioni americane riguarda settori altamente esposti alla transizione ecologica – dai combustibili fossili ai motori a combustione interna – destinati a ridursi nel mercato europeo, in linea con gli obiettivi del Green Deal e l’Accordo di Parigi.
Accettare forniture vincolanti di gas per un valore di 350 miliardi di dollari significherebbe subordinare l’indipendenza energetica europea e rallentare la riconversione industriale. Questo, mentre nel 2023 le rinnovabili hanno già coperto il 44% del fabbisogno elettrico europeo, riducendo le importazioni fossili per un valore di 59 miliardi di euro.
La partita non si gioca solo sul piano ambientale, ma su quello della leadership. L’Europa è chiamata a guidare il cambiamento, non a subire imposizioni che cristallizzano modelli industriali obsoleti. La transizione verde, se sostenuta, non solo rafforza la sovranità energetica, ma rappresenta un volano per l’innovazione e la competitività.
Eppure, le resistenze non vengono solo da Washington. All’interno della stessa Unione, settori conservatori alimentano narrazioni critiche verso il Green Deal, indicandolo come causa della crisi dell’industria automobilistica. Tuttavia, i dati raccontano altro: il calo produttivo del settore in Italia è iniziato ben prima del 2019, mentre aziende come Stellantis e Mercedes-Benz hanno preferito premiare gli azionisti piuttosto che investire nell’innovazione.
La svolta del 2035, con lo stop alle immatricolazioni di veicoli inquinanti, risponde sia a motivazioni ambientali – la lotta all’inquinamento atmosferico, responsabile di oltre 300mila morti premature ogni anno in Europa – sia a una necessità di adeguamento al contesto globale, dove la Cina sta accelerando sulla mobilità elettrica.
Sul piano economico, investire nelle rinnovabili significa anche affrontare il caro bollette. L’Italia, con un sistema ancora troppo dipendente dal gas, ha registrato nel 2024 un costo medio dell’elettricità più alto del 47% rispetto alla Francia e del 27% rispetto alla Germania. Eppure, il fotovoltaico e l’eolico offrono un prezzo per megawattora decisamente più basso e stabile.
Come indicato anche nel Rapporto Draghi, è urgente riformare il mercato elettrico, sganciando il prezzo delle rinnovabili da quello dei fossili. Solo così sarà possibile coniugare equità sociale, competitività e sostenibilità.Il Green Deal non è un ostacolo, ma una bussola. E in tempi di grandi trasformazioni, ciò che serve non è meno ambizione, ma più visione.

