INTERVISTA A SOUAD SBAI
Parla la responsabile del dipartimento integrazione comunità straniere e pari opportunità della Lega

Fonte: Il Tempo, domenica 13 settembre 2026,  intervista a Souad Sbai di Gaetano Mineo.

Souad Sbai, responsabile del dipartimento integrazione comunità straniere e pari opportunità della Lega, critica l’uso della parola «islamofobia» per zittire chi denuncia l’estremismo. Nel mirino la Fratellanza musulmana, i finanziamenti alle moschee e alle associazioni e l’ingresso dell’islamismo nella politica.
«Non parliamo solo di religione – dice – ma di un progetto politico, sociale ed economico».
Sabato a Roma è in programma il convegno “Il costo dell’islamofobia in Italia”. Come legge questo titolo?
«La parola “islamofobia” viene usata per zittire chi critica l’avanzata della Fratellanza musulmana e dell’estremismo. Prima c’era “razzista”, ora c’è “islamofobo”. Ho dato velocemente uno sguardo alla locandina e la sua la grafica ben camuffa, per esempio, una pistola, un razzo. Messaggi pericolosi soprattutto per i giovani».
A Montecitorio, durante una protesta contro il ddl sull’antisemitismo, sono comparse anche bandiere di Hamas e Hezbollah accanto a esponenti della sinistra.
«Esiste una forte unione tra una certa sinistra e l’islamismo. Ci sono Hezbollah, i Fratelli musulmani e settori della sinistra che attraverso un patto viene portata avanti una propaganda molto forte, soprattutto verso i giovani. Mi fa specie vedere esponenti della sinistra seguire posizioni estremiste. Penso soprattutto alla questione delle donne. La sinistra ha una storia legata alla libertà femminile, mentre vediamo sostenere realtà nelle quali le donne vengono private di diritti fondamentali. Gli estremisti usano oggi la sinistra per arrivare, ma saranno i primi a essere messi da parte. Loro odiano il comunismo, però lo usano».
Lei distingue l’islamismo dalla religione musulmana.
«Certamente. Non parliamo di persone che vanno a pregare tranquillamente. I Fratelli musulmani hanno un progetto politico, sociale, economico e occupazionale. È un progetto di lungo periodo e sono ben finanziati».
Libertà religiosa e islamismo: dove passa il confine?
«La libertà religiosa va garantita. Ma qui parliamo di un progetto che non vuole l’uguaglianza e non vuole uno Stato occidentale aperto. Lo vediamo anche nella costruzione di sistemi separati: dalla carne halal ai cosmetici, dal velo fino ai libri halal. Il rischio è il controllo delle comunità».
A proposito di finanziamenti, da dove arrivano tutti questi soldi?
«Bisogna sapere chi finanzia e da dove arrivano i soldi. Lo chiedo da anni. Abbiamo rapporti economici e politici con alcuni Paesi, ma dobbiamo distinguere questi rapporti dai finanziamenti alla Fratellanza e all’estremismo. Non possiamo limitarci a parlare di islamofobia».
Quanto è avanzato l’islamismo nella politica italiana?
«È già dentro. Entrare nella politica è il loro obiettivo, insieme al sistema, alla scuola, a tutti i livelli della società. In parte ci sono già riusciti. La mia paura è anche la corruzione, perché molti possono essere sensibili a determinati interessi. E la denuncia viene rallentata anche dalle minacce e dai processi contro chi ne parla».
Si parla di una proliferazione delle associazioni islamiche.
«Ne nascono continuamente e spesso dietro ci sono sempre le stesse persone: lo zio, l’amico, il fratello. Poi vengono presentate ai politici come una grande rappresentanza. Così le associazioni diventano un prodotto “vendibile”».
Lei ritiene che anche alcuni episodi di violenza vengano sottovalutati?
«Sì. Non bisogna liquidare ogni attentatore o aggressore come una persona semplicemente “pazza”. Ci sono casi in cui l’azione nasce da un progetto ideologico. Francia, Belgio e Inghilterra dimostrano quanto sia difficile uscire da questa situazione».
E l’integrazione?
«Bisogna intervenire su donne, bambini e ragazzi. Quando un giovane entra nel circuito della radicalizzazione, deradicalizzarlo diventa molto difficile. Per questo bisogna intervenire prima, controllando finanziamenti e strutture».

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